Certo che, posta così, la domanda sembra quasi quella di chi ha una tastiera da regalare o da vendere al migliore offerente 😄. È però la prima domanda che mi sono fatto quando me ne sono ritrovata un’altra sulla scrivania da recensire e, appena tolta dalla scatola, mi sono fermato davanti a una disposizione dei tasti che conosco già ma che continua a sembrarmi insolita: righe perfettamente allineate, nessuno sfalsamento, una griglia quasi geometrica. Una tastiera ortolineare. Ne ho già provata una qui sul sito, ma questa volta prima di iniziare a parlare di switch, materiali o qualità costruttiva mi sono fatto una domanda molto più semplice: ma una tastiera così, a chi serve?

Layout tradizionale e ortolineare a confronto: nel primo le file sono sfalsate, nel secondo i tasti seguono una griglia con colonne allineate.

Le tastiere che utilizziamo ogni giorno hanno le file dei tasti leggermente sfalsate. È una disposizione alla quale siamo talmente abituati che difficilmente ci chiediamo perché sia fatta così. Le ortolineari eliminano questo sfalsamento e dispongono invece i tasti in colonne perfettamente verticali. In teoria il principio è semplice: se ogni dito si occupa principalmente di una determinata zona della tastiera, perché costringerlo a continui piccoli movimenti diagonali? Guardata in questo modo, la disposizione ortolineare sembra quasi più naturale di quella tradizionale.

Il problema è che le nostre dita non ragionano per geometria. Ragionano per abitudine. Dopo anni passati su una tastiera standard sappiamo raggiungere una lettera senza pensarci, ed è proprio quando quelle lettere vengono spostate di pochi millimetri che ci accorgiamo di quanto sia profonda la memoria muscolare. Non basta quindi sedersi davanti a una ortolineare e continuare a scrivere come prima. Bisogna concederle tempo, sbagliare, rallentare e in qualche modo imparare di nuovo movimenti che pensavamo di conoscere alla perfezione.

Nella foto la Luma40 di Epomaker, una ortolineare 40% (leggi la recensione qui)

Ed è qui che si capisce anche a chi si rivolge davvero. Prima di tutto a chi scrive molto e usa la tastiera per ore ogni giorno, quindi programmatori, copywriter, sviluppatori, redattori o più semplicemente utenti che lavorano quasi sempre con le mani sui tasti. Ha senso soprattutto per chi utilizza tutte le dita e ha già una digitazione abbastanza ordinata, perché è proprio in quel caso che l’allineamento verticale può risultare più coerente. Può interessare anche chi ama personalizzare profondamente il proprio layout, usa layer, shortcut e tasti programmabili, oppure chi cerca una tastiera compatta senza rinunciare a funzioni normalmente sparse su una superficie più grande. Molto meno adatta, invece, a chi scrive con due o tre dita, alterna continuamente tastiere diverse o vuole semplicemente collegarla e sentirsi subito a casa.

E se il vero limite non fosse la disposizione dei tasti, ma il fatto che siamo troppo abituati a quella che usiamo da sempre?

C'è poi una parola che accompagna spesso queste tastiere: ergonomia. La userei con una certa prudenza. Allineare i tasti può rendere alcuni movimenti più lineari, ma non trasforma automaticamente una tastiera tradizionale in qualcosa di ergonomicamente perfetto. Posizione dei polsi, distanza tra le mani, inclinazione e postura continuano ad avere un peso enorme. L'ortolineare è soprattutto un modo diverso di organizzare lo spazio sotto le dita, non una cura universale per il modo in cui utilizziamo una tastiera.

Ed è proprio questo che voglio capire meglio prima della prossima recensione. Non soltanto se la tastiera che ho ricevuto è costruita bene o se suona bene, ma quanto tempo serve davvero per sentirsi a proprio agio, quali errori vengono naturali nei primi giorni e soprattutto se, superata la fase iniziale, quella strana griglia comincia davvero ad avere senso. Perché probabilmente la domanda più interessante non è se una tastiera ortolineare sia migliore. È capire per quale tipo di utente può diventarlo.